L’annosa questione: to gift or not to gift?

Come si usa dire, alzi la mano chi non s’è mai sentita rivolgere la domanda: “tu che fai la maglia, mi faresti (inserire capo d’abbigliamento a piacere)?”, accompagnata nei casi migliori da “ti compro la lana ovviamente”. Di valutare e compensare il tuo lavoro manco se ne parla, ovviamente.

Sì, lo so: arrivo dopo l’Amen, questo argomento lo hanno sviscerato migliaia di magliste in ogni lingua conosciuta, ma poiché repetita iuvant (ciao, Prof-di-Latino-del-liceo!) lo riproponiamo anche qui sul blog Tacchinico.

Direte voi: che c’è di male nella sopracitata domanda? Nulla, ovviamente, se si dà per scontata la buonafede del richiedente, che in 99 casi su 100 non sta minimamente considerando le ore che io maglista impiegherei per trasformare il filo nell’oggetto finito. Questo perché chi non lavora a maglia in genere non ha, comprensibilmente, alcuna cognizione realistica del tempo necessario a fare un cappello/ maglione/ paio di calzini/ quello che vi pare.

Ad ogni modo, cognizione o meno, io trovo irritante dare per scontato che questo tempo, poco o tanto che sia, la tipa che voi vedete coi ferri in mano sia disposta a regalarvelo.

Perché se tu chiedi a una persona di creare per te, da materiale grezzo, un oggetto finito, utilizzando competenze che tu non hai, e dai per scontato che lo faccia senza nulla in cambio, le stai chiedendo un regalo: del suo tempo e delle sue abilità. Come minimo è poco educato, a meno che non siate in grandissima confidenza (leggi: mia madre, mio marito, e ben pochi altri).

Personalmente, non tengo per me tutto quello che faccio. Ho fatto e continuo a fare vari regali, ma con una logica ben precisa: scelgo io cosa lavorare, per chi e con che tempi. Se mi va, lo faccio, altrimenti no. Non prendo commissioni, per due motivi: innanzitutto perché dovrei lavorare secondo tempi e preferenze di altri, e questo mi toglie il gusto, perché per me la maglia è un bell’hobby, non un secondo lavoro; e poi perché il mio tempo non è gratis, e ho già sperimentato che applicando una tariffa oraria anche minima ne uscirebbero cifre che il “cliente medio” non vuol pagare: mi son sentita dire “ah, sei costosa!” da una persona a cui avevo pure fatto un prezzo di stra-favore…

E voi, Tacchine e non, come vi regolate? Date per scontata la buona fede e glissate con eleganza? Cedete martirizzandovi? Fate lo sguardo della morte e chiedete ore di lavoro domestico in cambio? Io opzionerei quest’ultima…

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